APPROFONDIMENTI

Un’ Unione forte della sua diversità

Il testo dell’intervento di Marco Piantini, Consigliere per gli Affari Europei della Presidenza del Consiglio, pubblicato il 31 agosto 2017 su Il Sole 24 Ore.

di Marco Piantini (da Il Sole 24 Ore)

In Europa può aprirsi una fase politica di transizione verso la definizione di nuovi assetti dopo il 2019, cioè dopo la fine dell’attuale legislatura europea, e per una più completa Unione politica e di politiche. Le divisioni tra gli Stati membri accentuate aspramente dall’accavallarsi di crisi in questi anni possono essere superate a condizione di mantenere un senso di direzione preciso per lo sviluppo dell’Unione. Ciò va fatto non mettendo a repentaglio il cammino fatto. C’è qui un grande banco di prova per la generazione attuale di leader europei. Se vi è la giusta convinzione di voler superare i limiti raggiunti di chi li ha preceduti nella opera di costruzione di Istituzioni comuni, allo stesso tempo deve esserci consapevolezza che non è scontato esserne all’altezza. Non è scontato essere capaci di mettere al centro dell’azione politica fino in fondo la questione europea come grande questione politica di questi decenni.

Oggi, finalmente, sembrano aprirsi o riavvivarsi diversi cantieri: dalla cooperazione strutturata in ambito di difesa, alla cooperazione rafforzata per una procura europea, dal preannunciato rilancio del cantiere dell’Unione economica e monetaria al difficile ma indispensabile lavoro per una credibile politica migratoria. Prima ancora, un importante test sarà il vertice di Goteborg sulla dimensione sociale a novembre : si spera che il Pilastro sociale elaborato in questi mesi, seppur come un riferimento politico-simbolico più che di diretta applicabilità, possa trovarvi un riconoscimento adeguato da parte delle Istituzioni comuni. Il tema è quello di assumere fino in fondo la dimensione sociale come fattore di competitività. La produttività europea si consolida con un forte e sostenibile equilibrio sociale.

L’Italia, nelle sue mille incertezze, non ha fatto poco per rianimare il quadro delle iniziative a livello europeo, anche se talvolta non le viene sufficientemente riconosciuto. Lo ha fatto in ambito migratorio come in ambito di governo dell’euro, per la difesa come per la cooperazione giudiziaria. Oggi, e come sempre, guarda con grande interesse alle proposte più avanzate formulate in diversi ambiti dalla Commissione, e a quanto il presidente Juncker esprimerà in occasione dell’atteso discorso sullo Stato dell’Unione in queste settimane.

Certamente, un elemento di prudenza sulle prospettive future emerge per le incertezze quanto alla alleanza di governo in Germania dopo le prossime elezioni, e i tempi probabilmente non brevi per la definizione di un accordo di coalizione che non necessariamente si caratterizzerà come molti auspicano da noi per quanto riguarda il tema dell’austerità.

In questo contesto il nostro Paese può continuare a agire con pragmatismo per sostenere un rilancio dell’economia europea che valorizzi in primo luogo il grande potenziale del mercato interno e che basi sul rinnovamento di infrastrutture materiali e immateriali una strategia di innovazione complessiva. Il ruolo dell’Europa nella trasformazione tecnologica, digitale e robotica, e nella conseguente trasformazione sociale è il grande tema intorno al quale raccogliere risorse comuni e più in generale una nuova dinamica unitaria dopo anni di divisioni. Il tema sul quale costruire alleanze di fatto, e dinamiche unitarie. Non più nord contro sud, ovest contro est.

Come ha ricordato Draghi pochi giorni fa riferendosi a analisi della Commissione, per rianimare il sistema bancario e dunque non far implodere l’economia nella UE il settore pubblico europeo ha messo in campo nel solo 2008 circa il 5% e nel 2009 circa il 9% del PIL. La ricerca ora di nuove risorse e politiche coerenti, a livello federale e statale, per un patto di sviluppo sostenuto da costanti riforme a livello nazionale, è la sfida che non ci lascia e non ci lascerà per un bel po’.

Dall’Italia e da altri paesi possono venire gli impulsi necessari per un processo che concepisca differenziazioni all’interno dell’Unione, ma non nuove frammentazioni. Istituzioni più piccole, ma intergovernative, non ci favorirebbero, come è stato ricordato da Sergio Fabbrini. Sarebbero anche la risposta sbagliata a brexit. Ci può aiutare invece agire in prospettiva per una federazione leggera (formula cara a Emma Bonino) o una sua variante. In sostanza, se alcune grandi politiche (esteri, politica economica) da Maastricht in poi hanno iniziato a essere collegate al quadro europeo, oggi il tema è se e come inserirle in un quadro in cui il Parlamento europeo assicuri un buon livello di accountability e trasparenza e la Commissione possa sempre più agire da esecutivo. Parlamentarizzazione e ruolo politico della Commissione (magari una Commissione semplificata) restano temi non nuovi, ma sempre centrali per il futuro di una Unione forte della sua diversità. Fino a che punto a una maggiore comunitarizzazione di alcune politiche deve poi corrispondere un netto limite a favore del livello nazionale per altre? Anche a questa domanda deve essere trovata una risposta.

Più in generale, condizione per promuovere un progresso reale nell’integrazione è l’impegno affinché i tabù da difendere per gli uni non diventino i Golem da abbattere per gli altri. Infatti, se l’Unione diventa una Babele dove le voci sempre più forti rivolte alle distinte pubbliche opinioni e alle loro pulsioni più immediate vengono riversate a valle, l’eco che torna indietro sarà assordante. Ma, probabilmente, senza significato. Per il mondo, l’Europa sarà muta.

Anche da questo punto di vista, il completamento di un sistema di governo europeo dotato di strumenti e politiche comuni efficaci è una sfida che può essere vinta se vengono tenute insieme ambizione e prudenza. Ambizione, per la profondità dei cambiamenti che la fase storica impone. Prudenza, per i delicati e fragili equilibri che l’Europa contiene.

La moderazione nei toni e la prudenza nel proporre soluzioni e ipotesi di lavoro, non esime dalla necessità di lavorare a cambiamenti profondi. La speranza è che la politica europea ritrovi il suo ruolo di guida, senza ricorrere a facili scorciatoie.

| Argomenti trattati: , ,