APPROFONDIMENTI

Quali sfide per la sinistra riformista europea?

Quali sono le nuove vie al riformismo europeo? E’ la domanda che fa da fil rouge alla lunga riflessione su “Lo Stato Presente” di Marco Piantini Consigliere per gli Affari Europei della Presidenza del Consiglio.
Otto spunti di riflessione che partono dalle grandi conquiste europee fatte fino ad oggi e continuano con le più importanti sfide a cui la nuova generazione di europeisti deve far fronte. In questo mosaico si inserisce il futuro della sinistra, italiana ed europea, come spinta propulsiva di un riformismo tanto necessario quanto complesso nella sua attuazione.

Marco Piantini (da Lo Stato Presente)

In una stagione di grandi incertezze la possibilità di sviluppo dell’Europa politica è sempre più una questione centrale. Lo è dopo anni in cui l’Europa ha fatto da sfondo alle convulsioni dei sistemi politici nazionali. I limiti dell’impianto istituzionale europeo si intrecciano, ora anche in evidenza e non più sullo sfondo, con le crisi e i limiti degli Stati nazionali. La “connettività” globale, e gli equilibri di potere che ne scaturiscono, riconfigurano rapporti di forza e punti di interesse strategico sfuggendo alle capacità regolative sia degli Stati che delle entità sovranazionali. La capacità regolativa e di formulare e condurre politiche nell’interesse generale in un contesto democratico hanno trovato nella costruzione europea una struttura incompiuta ma solida. E’ quanto è in gioco se l’Europa non darà prova di coesione di fronte a inquietanti e potenzialmente travolgenti sfide sia sul piano interno che esterno.
C’è in questo contesto uno spazio politico per un nuovo riformismo europeo, quando vari indizi sembrano invece condurci verso quella “dissoluzione generale” che nelle parole di Gramsci era riferita al nostro Paese e qui all’ordine europeo?

Punto uno
La prima condizione per superare indenni questa fase riguarda il tema della cultura politica e alla necessità di ricostruirla innovando e facendo dell’europeismo un tratto distintivo, in maniera compiuta, della cultura e dell’organizzazione politica.
La moneta unica europea è stato l’elemento fondante e unitario della cultura politica e dell’azione di governo del centrosinistra italiano dagli anni novanta. L’Euro non è mai stato pensato come “semplice moneta” ma come progetto politico, come veicolo di integrazione sovranazionale e come sviluppo dell’equilibrio di pace concepito nel
dopoguerra e cresciuto dopo l’89. La forza di quel progetto può essere messa in discussione nei tempi convulsi della politica globale contemporanea. Con esso, non a caso, traballa il collante politico culturale delle forze progressiste italiane.
Già non mancano altre sfide per la cultura politica. Temi come le migrazioni e il carattere di apertura della società, o il rapporto tra Istituzioni e cittadini rimescolano le linee di confronto. La definizione di una cultura politica di sinistra e della sua organizzazione va ripensata in base a esse, legandole al filo della giustizia sociale.
E’ necessaria dunque coerenza rispetto a un tratto distintivo della sinistra italiana: non si può varcare il limite tra critica all’esistente in Europa e euroscetticismo. Quel limite è stato superato in altre realtà (penso alla Francia) in passato e lo è anche oggi. Il richiamo al federalismo e allo spirito di Ventotene deve restare cosa ben diversa da un generico massimalismo eurocritico.

Punto due
E’ indispensabile difendere le conquiste conseguite da un punto di vista istituzionale in questi anni. Non sono state poche.
Mai dimenticare, per prima cosa, il carattere inclusivo e unitario delle Istituzioni comuni. Inclusivo e unitario, anche se composto da visioni e concezioni diverse dell’Europa. Con il Trattato di Lisbona il parlamentarismo europeo è stato rafforzato. Gran parte delle procedure legislative vedono un equilibrio tra Parlamento e Consiglio. Anche forme non colegislative, come hearing e cooperazione interistituzionale, sono rafforzate.
Si è sviluppato qualcosa impensabile tempo fa, e cioè un Servizio di azione esterna comune, più di un semplice embrione di servizio diplomatico, guidato dall’Alto rappresentante – che peraltro in questi anni ha operato per significativi risultati
diplomatici internazionali.
Si è promosso il sistema dei candidati delle famiglie politiche europee alla guida della Commissione, aumentandone la politicizzazione. E’ un aspetto per altri versi delicato (avendo la Commissione anche un ruolo di garante dei Trattati), ma che comunque può essere considerato un passo avanti. Ad ogni modo ha iniziato a crescere la soggettività  politica delle famiglie partitiche europee. La Commissione ha avviato anche un interessante processo di riorganizzazione interna del lavoro dei Commissari. Con la crisi si è creato il nuovo strumento del Meccanismo di stabilità (che prefigura a seconda dei modelli teorici un Fondo monetario europeo o un embrione di Ministro del tesoro) che almeno teoricamente disporrebbe di risorse pari a circa il 5% del PIL dell’eurozona. In parallelo la Banca europea di investimenti ha sviluppato il proprio ruolo.
Last but not least la Banca centrale europea si è affermata come Istituzione federale per eccellenza, con una politica monetaria accorta e innovativa. Centralità del Parlamento, azione della Banca Centrale, crescita potenziale della Commissione come governo politico, anche nella sua dimensione internazionale, nuovi attori politico-istituzionali, sono aspetti istituzionali importanti che possono essere rimessi in discussione nel prossimo periodo – o al contrario svilupparsi ulteriormente.
Si è affermata la centralità del Consiglio europeo, nella gestione delle grandi emergenze e come scelta del duo Merkel Sarkozy. Può essere considerato un avanzamento, nel senso di un riconoscimento dei leader della necessità di gestire comunemente, in una Istituzione quale il Consiglio europeo, le grandi questioni; dall’altro lato ha accreditato la centralità di un metodo intergovernativo-leaderistico, relativizzando il normale processo legislativo e esposto gli stessi leader più del dovuto. Piuttosto che usare lo scudo europeo per proteggersi, alcuni leader europei, come il capo del villaggio di Asterix, si sono alzati su quello scudo per spiegare i propri interessi nazionali. Il tempo a venire darà delle risposte alla necessità di ripensare il modo di funzionare del Consiglio europeo – fino a che punto può essere davvero luogo di “governo comune”
piuttosto che, come da Trattato, luogo di definizione dei grandi orientamenti. Come conseguenza della Brexit la composizione delle Istituzioni comunque andrà rivista.

Punto tre
E’ importante imparare la lezione che deriva dagli anni novanta, e cioè dal momento di grande crescita della sinistra europea, arrivata a controllare tredici governi degli allora quindici, e dai limiti di quella fase. Limiti che si possono riassumere in una insufficiente visione d’insieme, da parte della Sinistra, della politica europea e del ruolo delle istituzioni. Il riformismo di quegli anni fu in sostanza chiuso nell’esperienza nazionale, cercando con la stagione della terza via un’apertura globalista condizionata però dal non pieno riconoscimento della necessità di sviluppare adeguati strumenti di governo comuni, se non vere e proprie Istituzioni federali.
Tanto paradossali furono i limiti di quella stagione che una scelta a dir poco strategica – quella della Presidenza della Commissione che avrebbe gestito due processi storici quali euro e allargamento – fu vissuta all’interno della sinistra italiana, al netto di torti e ragioni, come un regolamento di conti, uno psicodramma piuttosto che appunto come una scelta strategica.

La strategia politica che la sinistra europea riuscì però a impostare (fu forse il primo concreto risultato della nascita del Partito dei socialisti europei) fu la strategia di Lisbona, che puntava a uno sviluppo del Continente centrato su innovazione e ricerca tramite un metodo di coordinamento sostanzialmente privo di vincoli stringenti per gli Stati. Dopo il mutamento degli equilibri politici europei a inizio secolo, la strategia si annacquò e assunse altre connotazioni.

Punto quattro
E’ senza dubbio ragionevole condurre una lotta politica per superare l’attuale sistema di doppia austerità, tanto a livello nazionale quanto a livello europeo. Bilanci nazionali irrigiditi da regole fiscali stringenti, e un bilancio comune fermo a meno del 1% del PIL europeo contraddicono la realtà del potenziale dell’Unione. E cioè il continente più ricco al mondo, uno spazio di cinquecento milioni di persone (almeno fino alla uscita del Regno Unito), prima potenza commerciale al mondo, senza ogni dubbio prima per qualità dei servizi e delle regolamentazioni ambientali.
Occorre però uscire dal dibattito limitato al tema della austerità. Il patto, e soprattutto la interpretazione che la determina, avrà il suo tempo. Ma la questione più di prospettiva oggi come negli anni novanta è quella degli strumenti di governo comune. Come magistralmente ha indicato Draghi, occorre passare dalle regole alle Istituzioni.

Occorre cioè che le asimmetrie economiche in una area unica quanto a mercato, e in gran parte a moneta, abbiano degli strumenti corrispettivi, in termini di integrazione, di governo e di politiche. La sfida più importante al conservatorismo europeo è su questo terreno. Persino più difficile che una attualizzazione delle regole fiscali. Dotare l’euro di
una sua capacità di bilancio è una priorità per il futuro.

Punto cinque
Uno dei fantasmi che si aggirano nel dibattito europeo è quello della “grande riforma” delle Istituzioni, tema tabù dopo l’affossamento del Trattato costituzionale in Francia e nei Paesi Bassi nel 2005. Tutti o quasi ribadiscono che non è all’ordine del giorno, tutti sanno che probabilmente nel giro di pochi anni dovremo arrivarci. Tutti pensano che un dibattito si dovrebbe aprire ma non sanno chi potrebbe chiuderlo.

A prescindere dalle forme e i tempi che gli aggiustamenti istituzionali prenderanno, vale la pena considerare come capisaldi il metodo comunitario – inteso come equilibrio tra Parlamento e Consiglio come luoghi della rappresentanza delle due fonti di legittimità dell’Unione, quella dei cittadini e quella degli Stati – e la accountability delle politiche che più risultano essere un nervo scoperto nei rapporti tra Unione e Stati, per primo il coordinamento delle politiche economiche.

Il Presidente della Repubblica sloveno, sostenuto dal suo omologo austriaco, ha auspicato un nuovo processo costituzionale in Europa. Il Presidente finlandese ha evidenziato la necessità di un “patriottismo partecipativo” a sostegno delle istituzioni nazionali e europee. Il Parlamento europeo sta lavorando da parte sua su diversi aspetti, in modoparticolare su quanto sia possibile fare a Trattato vigente pur innovando la pratica istituzionale, ma non è escluso che faccia sentire la sua voce per una nuova Convenzione europea. Il candidato alle presidenziali francesi Macron ha rilanciato l’idea di Convenzioni tematiche. E’ molto atteso il Libro bianco che la Commissione europea presenterà a breve e che potrebbe contenere alcune ipotesi di sviluppo dell’Unione, da un modello pienamente federale a gradi diversi di integrazione.

Anche il dibattito sulla “grande riforma” è un falso dibattito. Il metodo di riforma è ormai stabilito, dal Trattato stesso, ed è quello della Convenzione, una delle innovazioni più importanti del decennio costituzionale europeo. Con altrettanta chiarezza si può affermare che il potenziale dell’attuale Trattato non è stato ancora pienamente usato.

Molto si può fare a trattato vigente.
Non è dunque il metodo da decidere, quanto la direzione di marcia per gli anni a venire. Quali sono le priorità sulle quali l’UE dovrà concentrarsi? Quali politiche? Di fronte ai cambiamenti travolgenti sulla scena globale, l’Unione non solo non può stare ferma, ma deve riprendere il cammino di integrazione a passo sostenuto se non vuole implodere. Tertium non datur.

Punto sei
Un’altra condizione riguarda il prossimo appuntamento di Roma del 25 marzo 2017, il sessantesimo anniversario del Trattato fondativo europeo. Tutte le strade portano a Roma, resta da vedere quali partiranno da li. Roma può essere l’occasione per testimoniare l’orgoglio per ciò che l’Europa, al netto di tante lampanti contraddizioni, rappresenta nel mondo. L’Europa resta un faro di civiltà.

Da ciò vanno tratte delle conseguenze, anche sul senso del limite delle critiche che
all’Europa stessa possono essere indirizzate.
Roma 2017 può e deve dare il via a una agenda credibile di cambiamento per gli anni a venire. Ciò è possibile se i Capi di Stato e di governo partiranno dalla consapevolezza che gli Europei, in quanto tali, hanno tutte le potenzialità e le risorse possibili per affrontare le incognite attuali. Occorrono scelte coerenti.

La storia dell’Europa è stata la storia di innovazioni anche istituzionali. Dunque l’Europa è il luogo del cambiamento e di conseguenza della politica. Se oggi l’innovazione si è gradualmente spostata in tanti settori dall’Europa e anche perché si è spostata la politica. Roma dovrà contribuire in primo luogo a ricentrare in Europa la politica. Niente è scontato. Le dichiarazioni si fanno all’unanimità e al momento certamente non c’è unanimità sul futuro della UE. Non mancano, anche in alcuni governi europei, condizionamenti euroscettici e non poche voglie di rivincita euroscettica si addensano su Roma.

Bisogna sperare che Roma riesca ad adottare una dichiarazione che sia almeno nello stesso spirito di quella adottata dai Capi di Stato e di governo a Berlino dieci anni orsono in occasione del cinquantenario, e che auspicabilmente si ispiri anche a quella di Laeken di un decennio ancora precedente. Perché Laeken – in un momento storico diverso – indicò una tabella di marcia ben definita le possibili evoluzioni degli anni successivi – ovvero la direzione politica dell’Unione. Fu il frutto, non a caso, di una iniziativa italo-tedesca.

La credibilità di qualsiasi agenda politica europea dovrà misurarsi con le evoluzioni in alcuni paesi chiave (a partire dalla Francia). Non è escluso che si possa arrivare a definire un treno disposto a viaggiare a velocità maggiore sul piano della integrazione su alcune politiche. Sicurezza e difesa sono quelle a portata di mano per una serie di motivi, non pochi ascrivibili più alla necessità che alla volontà.

Forme di integrazione differenziata costituiscono comunque un passaggio stretto per tutti. Molti sono gli aspetti collegati. Basta citare il tema di quali regole rispettare per essere nell’avanguardia di una possibile integrazione e a quali costi.
C’è poi il tema della unitarietà delle Istituzioni comuni. Si possono avere stesse istituzioni per diversi livelli di integrazione? La pratica attuale suggerisce di sì ma fino a che punto sia possibile non è detto. Non sarà facile salvaguardare l’unitarietà istituzionale in caso di forme più strutturate di integrazione. E’ però importante provarci senza cadere in scorciatoie possibili.

Riconoscere le diversità nel grado di integrazione che si vuole conseguire non deve spaventare in una Unione che ha in “unità nella diversità” il suo motto.

Punto sette
Occorre infine dare continuità alle proposte che l’Italia in questi anni ha messo in campo, in sintonia variabile con altri paesi e altre Istituzioni. Basti pensare alle proposte in ambito di difesa e sicurezza, di cooperazione giudiziaria, di volontariato civile, di politica migratoria, per la centralità della cultura per dare nuovo slancio al progetto europeo.

Quella di maggiore impatto istituzionale è in tema di riforma del sistema di governo dell’Euro (ispirata dalla ricerca di un nuovo policy mix in politica economica, con un  migliore equilibrio tra riforme strutturali, investimenti e disciplina fiscale e con la prospettiva di una rappresentanza esterna unitaria per la zona Euro nei contesti
internazionali-FMI) con conseguenti strumenti a livello europeo. Uno di questi, la proposta di una assicurazione europea contro la disoccupazione temporanea come veicolo di un meccanismo stabilizzatore, ha trovato vari ostacoli. Altrettanti ne trovano altre elaborazioni quale quella di uno strumento europeo di finanziamento al lavoro a tempo parziale o di solidarietà in tempo di crisi (schema mutuato dalla esperienza tedesca). Il lavoro però è avviato e non si fermerà, nella speranza che gli equilibri politici permettano risultati in tempi ragionevoli.

La logica è quella di incentivare comportamenti virtuosi da parte degli Stati membri e processi di armonizzazione della legislazione e delle politiche, piuttosto che di penalizzare per vincoli non rispettati di disciplina di bilancio. Il filone di pensiero è quello di ridare alla parola “riforma” un più chiaro segno positivo.

Deve inoltre farsi largo il tema della condivisione del rischio a sostegno di politiche comuni. In più paesi sono stati evocati strumenti finanziari a sostegno di specifiche politiche (difesa, istruzione o quelle migratorie le più citate). I tempi stanno maturando per un graduale salto di qualità su questo fronte. Più il tema della mutualizzazione del debito sfuma, più può farsi largo questo approccio. Per questo è decisiva la coerenza nell’azione di riforma interna e la più complessiva affidabilità dei sistemi nazionali.

Si inserisce qui il tema delle risorse per il bilancio comunitario, da tempo oggetto di studi e lavori delle stesse Istituzioni (in via di presentazione il rapporto della Commissione presieduta da Mario Monti). Va sostenuta l’idea che il bilancio comunitario sia da finanziare da risorse derivate dal mercato interno piuttosto che dai bilanci nazionali.

Come su altri fronti (basti pensare al settore della difesa) deve valere il principio che le economie di scala europee possono liberare risorse per interventi urgenti a livello nazionale e locale.
Brexit costituirà una sfida anche per il bilancio comunitario. Potrà sottrarre risorse a politiche comuni, venendo meno il contributo britannico, se non verrà compensato da nuovi strumenti di finanziamento.

Punto otto
Le condizioni e le ipotesi di lavoro che ho indicato fin qui non basteranno a garantire sostenibilità e rilancio del progetto europeo se l’Unione non sarà in grado di convincere i suoi cittadini, e in modo particolare soprattutto i più colpiti da marginalità, esclusione e insicurezza, sul fatto che diritti e dimensione sociale sono al cuore del progetto europeo
per il prossimo decennio.

Sul piano generale, i principi della Carta dei diritti (dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia) frutto delle tradizioni costituzionali comuni possono fare da ispirazione.
Non può essere accettato un lento procedere del rafforzamento della dimensione sociale dell’integrazione. Sono importanti le celebrazioni per il trentesimo del programma Erasmus, per il significato simbolico e concreto di questo programma europeo. Ma la dimensione più reale della costruzione europea, quella che più ha smosso e cementato la coesione dell’industria e del fare europeo, è la mobilità del lavoro insieme a quella del sapere. Da qui dobbiamo ripartire.
I cambiamento demografici e tecnologici pongono questioni di fondo che si aggiungono all’esaurimento del modello di sviluppo economico del dopoguerra che continua (diversi decenni dopo la sua fine) a condizionare il nostro modo di pensare anche la sovranità.

Molto va perseguito: le iniziative annunciate e in via di perfezionamento sul Pilastro sociale europeo, una maggiore centralità del dialogo con le parti sociali, nuove iniziative per la gioventù e la formazione professionale, una serrata marcia per la costruzione di sistemi di welfare e di servizi alle persone nell’era della digitalizzazione di quasi tutti i tempi e gli spazi della vita. Chi a sinistra crede che lo stato sociale possa difendersi solo a livello nazionale sostiene posizioni insostenibili, combatte guerre di ritirata.

L’Europa e le sue Istituzioni sono invece lo strumento più prezioso che la Sinistra europea ha per non rinunciare a un modello più equo di sviluppo. Una Europa dove i modelli di integrazione siano costruiti intorno, finalmente, a politiche incisive. Le politiche dunque, come strumento federatore.

Conclusione
La trasformazione più profonda che stiamo subendo è quella più silenziosa: il tramonto generazionale di chi ha vissuto direttamente lo spartiacque della storia europea nel secolo scorso e ha con pazienza instancabile sostenuto le ragioni dell’unità europea. Nuove responsabilità dunque per chi gli succede.

Le minacce all’Europa mettono a repentaglio non solo la tenuta delle Istituzioni comuni, ma della nostra democrazia. Tutti devono farsi carico di non alimentare spinte nazionaliste, cercando nuove vie per il
riformismo europeo.
Non può che essere questo l’orizzonte per la sinistra italiana nel suo percorso di ricostruzione.

Consigliato da

Fabiano Catania

Fabiano Catania

social media manager

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