APPROFONDIMENTI
Intervento Boldrini a Cerimonia per la Festa dell’Europa – Aula di Montecitorio
Intervento della Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini:
“Saluto il Vice Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, il Primo Vice Presidente della Commissione europea, Frans Timmermans, la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini, e il Sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi.
Do il benvenuto, inoltre, a Virgilio Dastoli ed a tutti i rappresentanti del Comitato italiano del Movimento europeo e della Gioventù federalista europea qui presenti.
Un saluto particolare poi a tutti gli studenti e le studentesse ed ai docenti presenti in quest’Aula oggi.
Ci troviamo qui riuniti per una edizione speciale dell’iniziativa “Montecitorio a porte aperte”, che si tiene ogni prima domenica del mese. L’intento è aprire questa istituzione alle persone. Dall’inizio di questa legislatura ho ricevuto personalmente qui alla Camera decine di migliaia di cittadini, a cui ho potuto rappresentare il lavoro della nostra istituzione.
Oggi “Montecitorio a porte aperte” è dedicato alla Festa dell’Europa, che cade domani, 9 maggio, e che costituisce un momento di celebrazione, innanzitutto, per quanto è stato conseguito finora. Un percorso che – è bene ricordarlo – fu sognato, agognato, settantacinque anni fa, nella piccola isola di Ventotene, da un gruppo di giovani antifascisti detenuti al confino – Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann – che scrissero il Manifesto di Ventotene, con l’obiettivo di costruire gli Stati Uniti d’Europa.
Oggi la Festa dell’Europa, in questo momento così difficile, è anche un’occasione per rilanciare il progetto europeo.
E’ una Festa in cui sono coinvolti in primo luogo i giovani, i ragazzi come voi, nati molti decenni dopo l’avvio del processo d’unificazione europea e che ne godono i benefici, dandoli però troppo spesso per scontati.
Settant’anni fa, infatti, nessuno avrebbe potuto immaginare che gli europei, che si erano combattuti aspramente per secoli, avrebbero potuto vivere in pace per decenni. Conquiste come la libera circolazione, la possibilità di studiare in un altro Paese europeo, un’unica valuta utilizzata in diciannove Stati, erano impensabili per la mia generazione e non esistevano appena trent’anni fa. Ricordiamocene, quando sentiamo chi accusa l’Europa di essere la causa di tutti i nostri problemi!
All’iniziativa solenne che si svolge qui, nell’Aula della Camera dei deputati, farà seguito poi una marcia europeista che ci condurrà fino al Campidoglio, in modo da condividere all’esterno il nostro messaggio di cambiamento e di rilancio dell’Unione europea.
Il punto di partenza e d’arrivo del corteo non sono casuali: andremo dal luogo dove siedono i rappresentanti dei cittadini italiani a quello dove, cinquantanove anni fa, furono firmati i Trattati di Roma, la base dell’edificazione dell’Unione europea.
Oggi e domani, dunque, si festeggia l’Europa. Ma festeggiare significa anche e soprattutto rinnovare l’impegno di tutti noi per dare nuovo slancio alla costruzione europea in una fase in cui appare messo in discussione il futuro stesso dell’Europa unita.
Come non considerare minacce all’essenza dell’integrazione europea la costruzione di barriere ai nostri confini interni, che negano uno dei suoi pilastri, la libera circolazione all’interno dell’Area Schengen? Come non vedere che il progetto europeo è a rischio se in alcuni Paesi vengono violati il principio dello stato di diritto ed i diritti fondamentali, che rappresentano l’identità stessa del nostro continente? Come non rendersi conto che le ricorrenti minacce di espulsione della Grecia dall’area euro danneggiano tutti noi? Come non temere una possibile uscita di uno Stato membro – il Regno Unito – dall’Unione, per la prima volta da quando esiste l’UE?
Ma da che cosa deriva la crisi profonda del progetto europeo? Deriva principalmente dal fatto che l’attuale assetto dell’Unione si sta dimostrando inadeguato rispetto a tutte le grandi sfide globali e alle aspettative dei cittadini. Non riesce infatti a promuovere a sufficienza crescita e lavoro, rischiando così di avere una ‘generazione perduta’ di giovani europei. Non è in grado di attuare le proposte sensate e realistiche della Commissione europea, che avrebbero permesso di gestire l’arrivo dei rifugiati in modo condiviso e solidale, evitando così la crisi che è sotto gli occhi di tutti oggi. L’attuale assetto dell’Unione non consente di sviluppare un’unica politica efficace di lotta al terrorismo internazionale. E rischia di rallentare l’attuazione dello storico Accordo sui cambiamenti climatici firmato a Parigi nel dicembre scorso: se, infatti, l’UE ha svolto un ruolo chiave nei negoziati che hanno portato al successo della COP21, ora spetta ai singoli Stati membri ratificarlo. Un processo che potrebbe essere molto, troppo lungo.
E’ evidente che nessun Paese europeo può affrontare da solo queste sfide epocali, che richiederebbero, invece, nuove politiche e nuovi strumenti di governo dell’Unione.
L’Unione è attualmente come una macchina d’epoca, una macchina bella e gloriosa il cui motore però procede ormai a singhiozzo. Quest’automobile, questo motore, sono vecchi, sono antichi vanno dunque sostituiti con un modello nuovo, sostenibile, più competitivo, in grado di portarci lontano e di suscitare la passione delle nuove generazioni.
Per costruire questo modello nuovo ognuno di noi – cittadini, parlamenti nazionali, governi e Istituzioni dell’Unione – è chiamato a fare la propria parte. Ed a farlo subito, prima che sia troppo tardi. Prima che prevalgano i nazionalismi, i populismi e coloro che, offrendo ricette semplici ma inattuabili, mirano soltanto a disgregare l’Europa. Non possiamo dunque permetterci di stare fermi.
Con questo obiettivo ho assunto l’iniziativa di firmare, il 14 settembre scorso, a Roma, davanti a tanti studenti come voi, la Dichiarazione ‘Più integrazione europea: la strada da percorrere’, unitamente ai Presidenti dell’Assemblea nazionale francese, Bartolone, del Bundestag tedesco, Lammert, e del Parlamento lussemburghese, Di Bartolomeo. Siamo partiti in quattro. Oggi le firme di Presidenti di Assemblee parlamentari dell’UE sono quattordici.
Nella Dichiarazione si afferma con chiarezza che:
– abbiamo bisogno di più Europa e non di meno Europa;
– dobbiamo avere il coraggio di condividere sovranità in ampi settori in cui l’azione dei singoli Stati è ormai del tutto inadeguata a fronteggiare le sfide globali;
– dobbiamo puntare prioritariamente al rilancio della crescita e dell’occupazione;
– non possiamo più ignorare la dimensione e l’impatto sociale delle misure economiche e finanziarie;
– dobbiamo avere come obiettivo la creazione di una Federazione di Stati, nella prospettiva – aggiungo io, è un mio impegno individuale – degli Stati Uniti d’Europa.
In questo processo ho voluto coinvolgere anche i cittadini – il loro coinvolgimento è di straordinaria importanza- per chiedere loro direttamente quale Europa vogliono, avviando lo scorso 12 febbraio sul sito della Camera dei deputati una consultazione pubblica sullo stato e le prospettive dell’Unione. La consultazione – alla quale, ragazze e ragazzi, vi invito vivamente a partecipare – si concluderà il 19 giugno. Si tratta di rispondere a sette semplicissime domande. E’ importante che voi vi esprimiate; quando si ha la possibilità di far sentire la propria voce, non bisogna mai tirarsi indietro perché altrimenti si rischia di lamentarsi senza essere costruttivi. Vi esorto a spendere cinque minuti del vostro tempo e dire la vostra.
Un comitato di saggi procederà poi ad un’analisi degli esiti della consultazione che verrà presentata a fine agosto a Ventotene, nel corso di un evento organizzato da associazioni di giovani federalisti al quale prenderò parte insieme ad altri Presidenti di Parlamento.
Come dicevo all’inizio, a volte diamo per scontato quanto abbiamo saputo realizzare. E’ stato il Presidente Barack Obama a ricordarcelo in modo molto chiaro ed efficace qualche giorno fa: ‘Gli Stati Uniti, ed il mondo intero’, ha affermato il Presidente, ‘hanno bisogno di un’Europa forte, ricca, democratica ed unita. Forse avete bisogno di un estraneo, di qualcuno che non sia europeo, per ricordarvi l’importanza di quello che avete conseguito’.
Cari ragazzi e care ragazze, le sfide che abbiamo davanti sono tante ma non dobbiamo farci scoraggiare. Anzi tocca a noi rilanciare il progetto europeo con nuova determinazione. La stessa determinazione che troviamo nella frase che conclude il Manifesto di Ventotene: ‘La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà’ “.
11/04/2016
Intervento della Presidente Boldrini al Convegno “Da Roma a Lisbona e oltre, la costruzione di una nuova comunità politica”
Saluto il Primo Vice Presidente della Commissione europea Frans Timmermans, la Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo, Danuta Hübner e i rappresentanti del Trio di Presidenze del Consiglio, il Vice Primo Ministro di Malta, Louis Grech, il Ministro degli Affari esteri dei Paesi Bassi, Bert Koenders, il Sottosegretario agli Affari esteri ed europei della Slovacchia, Ivan Korcok.
Saluto, inoltre, Paolo Garimberti, Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Euronews, che modererà la tavola rotonda.
Un caro saluto al sottosegretario Sandro Gozi e lo ringrazio per aver promosso questo convegno che ha un preciso obiettivo: quello di tracciare un percorso per la costruzione di una nuova comunità politica europea, anche in vista del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma.
Cari ospiti si tratta di riprendere il cammino verso una integrazione politica del continente – “verso un’Unione sempre più stretta”- così come prospettato dal Manifesto di Ventotene nel 1941, e poi avviato concretamente con i Trattati di Roma nel 1957 e proseguito, sebbene in modo altalenante, sino al Trattato di Lisbona nel 2009.
Siamo chiamati in altri termini, a recuperare lo spirito e il disegno originario dei Padri fondatori e ispiratori del processo di integrazione europea – Spinelli, Schuman, De Gasperi, Adenauer – che, già nel corso della seconda guerra mondiale e poi nel primo dopoguerra, avevano concepito e avviato un progetto di integrazione del nostro continente, parlavano di Stati Uniti d’Europa, al fine di prevenire nuovi conflitti e di assicurare un comune benessere a tutti i cittadini europei.
Dobbiamo purtroppo constatare che quello spirito, rivoluzionario e pragmatico al tempo stesso, sembra oggi essersi perso. E affermo questo con molta amarezza, a pochi giorni di distanza da due eventi che dicono, con allarmante chiarezza, con quali difficoltà sia alle prese il progetto europeo.
Il più recente è il referendum olandese di giovedì scorso: il suo oggetto specifico era il trattato di associazione Ue-Ucraina, ma è diventato anche lo strumento attraverso il quale un’area, pur minoritaria, ha espresso il suo malcontento verso l’Europa.
L’altro fatto, di pochi giorni precedente, è l’accordo concluso con la Turchia per la gestione dei rifugiati: un’intesa che nasce dall’impossibilità di trovare un’equa condivisione delle responsabilità tra i 28 Stati dell’Unione europea. Un’intesa difficile da mettere in pratica e che scarica sulla Grecia un’enorme pressione e che di fatto esternalizza il diritto di asilo appaltandolo ad un Paese – la Turchia – che sicuramente non offre un adeguato quadro giuridico in quanto non firmatario del Protocollo di New York del 1967. Ciò significa che la Turchia attua la cosiddetta “riserva geografica”, cioè riconosce rifugiati – per paradossale che possa sembrare – solo i cittadini europei. Se l’Europa interpreta così il diritto di asilo, cosa dovrebbero fare Paesi dove vi sono milioni di rifugiati come Giordania, Libano, Kenia? Mi auguro che si tratti di una breve parentesi e che presto ci sia un’assunzione di responsabilità da parte di tutti gli Stati membri, come recentemente proposto dalla Commissione europea per la riforma del Regolamento di Dublino.
Oggi appare messo in discussione il futuro stesso della costruzione europea. Si pone in dubbio la sopravvivenza di Schengen e della moneta unica. Tra qualche mese, per la prima volta dall’avvio del processo di integrazione, si potrebbe determinare l’uscita di uno Stato membro dall’Unione. E per evitare tale ipotesi sono state prospettate delle deroghe ad alcuni pilastri del processo di integrazione come la libera circolazione delle persone. In alcuni Stati membri sono messi a dura prova – se non violati apertamente – principi e diritti fondamentali che rappresentano l’identità stessa del nostro continente.
Da che cosa deriva questo momento di crisi del progetto europeo? Deriva principalmente dal fatto che l’attuale assetto dell’Unione si sta dimostrando inadeguato rispetto a tutte le grandi sfide globali e alle aspettative dei cittadini. Inadeguato rispetto alla crescita e al lavoro, rischiando così di avere una generazione persa di giovani europei. Inadeguato rispetto alla gestione dei flussi migratori e inadeguato rispetto alla lotta al terrorismo internazionale. Tutti temi che richiedono più Europa, nuove politiche e nuovi strumenti di governo dell’Unione.
L’Unione è, in questo scenario, come una macchina vecchia, una macchina bella e gloriosa il cui motore però procede ormai a singhiozzo. Una macchina che ci ha portato molti benefici che oggi diamo per scontati. Questa macchina, questo motore, vanno dunque sostituiti con un’automobile più competitiva, un modello nuovo, sostenibile, accattivante, attraente, in grado di portarci lontano e suscitare la passione delle nuove generazioni.
Per costruire questo modello nuovo ognuno di noi – cittadini, parlamenti nazionali, governi e Istituzioni dell’Unione – è chiamato, oggi, a fare la propria parte. E farlo subito, prima che sia troppo tardi. Non possiamo permetterci di stare fermi.
L’estate scorsa, quando le cronache ci raccontavano la morte quasi quotidiana di uomini, donne e bambini annegati alla ricerca di una vita più sicura in Europa, quando i giornali erano pieni di analisi sulle misure d’austerità imposte alla Grecia e si ventilava la possibilità di una sua uscita dall’Eurozona, decisi che non potevo rimanere inerte.
Cominciai chiamando il Presidente del Parlamento lussemburghese. Gli chiesi se potevo coinvolgerlo, in quanto rappresentante del Paese che deteneva la Presidenza del Consiglio dell’UE, nella firma di una Dichiarazione. Accettò con entusiasmo, come fece anche il Presidente Bartolone dell’Assemblea nazionale francese e quello del Bundestag, Lammert. A New York, alla Conferenza mondiale dei Presidenti di Parlamento, mettemmo a punto il testo. Un risultato non scontato, date le differenze di vedute tra i nostri rispettivi Paesi e le diverse famiglie politiche di appartenenza.
Meno di due mesi dopo, il 14 settembre scorso, ci riunimmo a Roma, in questa stessa sala, davanti a tanti studenti, per sottoscrivere una Dichiarazione che dice in modo molto chiaro che, per affrontare le sfide globali:
1) abbiamo bisogno di più Europa e non di meno Europa;
2) dobbiamo avere il coraggio di condividere sovranità in ampi settori in cui l’azione dei singoli Stati è ormai del tutto inadeguata a fronteggiare le sfide globali;
3) dobbiamo puntare prioritariamente al rilancio della crescita e dell’occupazione;
4) non possiamo più ignorare la dimensione e l’impatto sociale delle misure economiche e finanziarie;
5) dobbiamo avere come obiettivo la creazione di una Federazione di Stati, nella prospettiva, aggiungo io, degli Stati Uniti d’Europa.
All’inizio di dicembre sono stata a Bruxelles ed ho presentato la dichiarazione, anche a nome degli altri firmatari, ai Presidenti Martin Schulz e Jean-Claude Juncker, i quali hanno accolto con grande interesse e favore questa iniziativa.
Siamo partiti in quattro. Oggi le firme di Presidenti di Assemblee legislative dell’UE sono dodici. E conto di arrivare ad un numero più alto, per poter presentare questa Dichiarazione a Lussemburgo, quando ci sarà la riunione di tutti i Presidenti di Parlamento europei.
Ho voluto coinvolgere in questo processo anche i cittadini, per chiedere loro direttamente quale Europa chiedono. Noi, rappresentanti eletti, non dobbiamo temere quello che i cittadini vogliono, perché questo ci rende più forti, più autorevoli. Per questa ragione ho avviato lo scorso 12 febbraio sul sito della Camera dei deputati una consultazione pubblica sullo stato e le prospettive dell’Unione. Lo stesso stanno facendo in Francia, a Cipro, e in altri Paesi dove è stata firmata la Dichiarazione.
La consultazione si concluderà il 9 Maggio. Ne illustrerò i risultati nel corso della prossima Conferenza dei Presidenti dei Parlamenti a Lussemburgo, che si svolgerà a fine maggio e nel corso della quale contiamo di raccogliere altre adesioni alla Dichiarazione, che figurerà tra i temi ufficiali in discussione.
Un comitato di saggi, composto da economisti, statistici, politologi e giuristi esperti di Unione europea, procederà ad un’analisi approfondita degli esiti della consultazione e predisporrà una relazione (che ho voluto chiamare Progetto EUtopia) che verrà presentata a fine agosto 2016 a Ventotene, nel corso di un evento organizzato da associazioni di giovani federalisti al quale prenderò parte personalmente insieme ai Presidenti di altri Parlamenti.
Potremo tirare le fila di questo percorso ed avviare passi concreti verso la sua attuazione, in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma, il 25 marzo 2017.
E’ il contributo che io e altri miei colleghi Presidenti intendiamo offrire ad un processo “costituzionale” che deve dare risposte chiare ed effettivamente praticabili ad alcune domande sul futuro assetto dell’Unione che voglio consegnare alla vostra riflessione.
La prima domanda è: quale assetto dell’Unione è maggiormente in grado di rispondere ai problemi globali e alle sfide che attraversano le nostre società?
Credo che non ci siano alternative ad una federazione europea dotata di ampie competenze esclusive, a partire da tutti i settori in cui l’azione dei singoli Stati risulta inadeguata giacché nessun Paese europeo, può affrontare da solo le grandi sfide globali che abbiamo di fronte a noi.
Non possono esistere tuttavia politiche federali senza i mezzi per attuarle. Chi critica giustamente l’inadeguatezza della risposta europea alla crisi, paragonandola a quella di altri partner globali, dovrebbe ricordare che attualmente l’Ue ha un bilancio pari a meno dell’1% del PIL mentre ad esempio il bilancio federale americano è pari al 25% del PIL complessivo degli USA!
Abbiamo dunque bisogno di un bilancio federale finanziato mediante tributi propri dell’UE.
La seconda domanda è: come garantire la legittimità democratica di questo assetto?
Credo che la risposta richieda due interventi: per un verso, il superamento del metodo intergovernativo, limitando il ruolo del Consiglio europeo; per altro verso, il rafforzamento del Parlamento europeo, che deve esercitare in via primaria la funzione legislativa e votare la fiducia ad un Governo europeo.
L’obiettivo verso cui dobbiamo puntare, se vogliamo un’Unione federale e realmente democratica, è quello di un Parlamento europeo eletto sulla base di liste transnazionali, presentate da ciascun partito europeo in tutto il territorio dell’Unione. Solo in questo modo supereremo una situazione per la quale anche in seno al Parlamento europeo il criterio della nazionalità tende a prevalere su quello dell’orientamento politico. E solo in questo modo avremo veri partiti politici europei in grado di animare il dibattito politico intorno a priorità europee e non a questioni di mera rilevanza interna.
La terza domanda è: chi dovrà far parte della Federazione europea?
Nel migliore degli scenari possibili, dovrebbero farne parte tutti i 28 Stati membri, ma non ignoro le difficoltà, che sono presenti a tutti voi, e soprattutto temo l’immobilismo che è il tarlo che corrode la credibilità dell’Unione.
Bisogna dunque ragionare su una Europa a due velocità o a circonferenze concentriche, in cui si proceda ad una integrazione più stretta tra un gruppo di Stati, lasciando agli altri la possibilità di aderire in un secondo momento.
In questa prospettiva, l’Area euro – che ha già una politica monetaria federale, gestita dalla BCE e dal Sistema europeo delle banche centrali – potrebbe costituire l’avanguardia per una integrazione politica, inizialmente concentrata ai settori economico e sociale e poi estesa via via alle altre materie che ho indicato in precedenza.
La quarta domanda è: come creare un demos europeo?
Non si possono avere istituzioni federali autorevoli e legittimate democraticamente senza un “demos” europeo, un popolo che si senta partecipe di un destino comune. Occorre allora definire una vera cittadinanza europea sia in senso giuridico, quale fonte di diritti e doveri, sia in senso politico, quale comunità fondata sulla condivisione di valori e principi.
In questa ottica bisogna riconoscere che l’istituto della cittadinanza europea previsto dai Trattati vigenti è chiaramente inadeguato perché si tratta di un mero accessorio della cittadinanza nazionale.
Per arrivare ad una nuova cittadinanza europea, occorre a mio avviso puntare anzitutto all’allargamento del campo dei diritti sociali. Penso ad esempio ad un reddito minimo di dignità, che il bilancio europeo o dell’eurozona erogherebbe a tutti i cittadini in condizione di indigenza. Con una misura di questo tipo tutti potrebbero apprezzare concretamente il valore aggiunto della cittadinanza comune e cambierebbe radicalmente la percezione di una Europa lontana e insensibile alle condizioni di vita delle persone. Si riaffermerebbe il principio che l’Europa, patria dei diritti umani, non abbandona nessuno al proprio destino. Dobbiamo far giungere ai cittadini dei reali benefici. Recuperare la loro fiducia.
A questo proposito, permettetemi di ricordare una situazione che preoccupa molto l’Italia: quella di Giulio Regeni, il nostro ricercatore ucciso in Egitto con chiari segni di tortura. Penso che la cittadinanza europea vada esercitata anche in questo caso: quando un cittadino europeo è oggetto di un tale trattamento, l’Europa dei diritti deve ribadire tutta insieme la richiesta di verità.
Concludo rimarcando che per garantire ai nostri figli un futuro prospero, un futuro di pace e stabilità, non abbiamo alternative: dobbiamo batterci con forza per un’Europa più unita e più forte.
So bene che tutto questo non sarà facile da realizzare: tante sono le spinte disgregatrici che adesso vediamo agire con particolare virulenza. Ma non dobbiamo farci intimidire. Anzi, tocca a noi rilanciare con nuova chiarezza di obiettivi e nuova determinazione. La stessa determinazione che troviamo nella frase che conclude il Manifesto di Ventotene: “La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.
Consigliato da

Fabiano Catania
social media manager
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