CONTRIBUTI

L’eccellenza pisana nel campo dell’innovazione.

Un modello da replicare nel contesto nazionale

Stabilità economica, efficienza del mercato e delle istituzioni, infrastrutture adeguate, flessibilità del lavoro, tutte condizioni necessarie per la competitività industriale di un paese ma insufficienti se non affiancate a un significativo grado di sviluppo tecnologico e di innovazione.

La realtà pisana gioca, da questo punto di vista, un ruolo significativo con la Scuola Normale e in particolare la Scuola Superiore Sant’Anna. Nel biennio 2016 – 2017 i due istituti si sono posizionati tra i primi duecento nella classifica mondiale stilata dalla rivista inglese Times Higher Education (THE) e nei primi posti per quanto riguarda l’Italia. Questo posizionamento di eccellenza è stato anche riconfermato nella stessa classifica elaborata per il 2018.

L’importanza di queste realtà pisane non risiede soltanto nell’eccellenza raggiunta nel campo della didattica e della ricerca, ma soprattutto nel modello di innovazione che in particolare la Scuola Sant’Anna ha adottato, creando sul territorio opportunità di sviluppo nei settori tecnologici di punta a livello internazionale.

Il modello si basa sull’avvio e il sostegno di piccole imprese, oggi ribattezzate startup, di solito create da giovani laureati, in grado di produrre sviluppo e innovazione nei nuovi settori che vanno dall’informatica, alla realtà virtuale, all’energia, all’automotive, alla meccatronica, alla robotica, alla biomedica, e più in generale alle biotecnologie, che rappresentano la sfida tecnologica del futuro.

Le nuove startup, pur stimolate dal contesto industriale nel quale operano, sviluppano, attraverso la creazione di brevetti, un proprio prodotto o processo su cui raggiungono addirittura una leadership tecnologica internazionale. Delle piccole imprese in senso classico mantengono la flessibilità e il dinamismo imprenditoriale, a cui si aggiunge, e questa è la chiave di successo, una forte tendenza allo sviluppo del know-how.

Infatti innovazione non significa ricerca anche se ad essa è strettamente correlata, significa soprattutto sviluppo di nuovi prodotti o processi che generano valore e crescita per la realtà in cui queste imprese operano.

Dall’analisi della realtà pisana appare che la linea qui seguita è positiva, ma purtroppo il quadro nazionale risulta piuttosto diverso.

Negli ultimi venti anni in Italia si è avuta una fase di de-industrializzazione, soprattutto nei settori tecnologicamente più avanzati.

Questo fatto ha determinato in parte un ridimensionamento delle spese di ricerca da parte delle imprese e un corrispondente incremento della quota pubblica; la quota di spesa in ricerca da parte delle imprese in Italia è la più bassa rispetto a quella degli altri grandi paesi europei, come Germania, Francia e Regno Unito. In Italia l’università e gli istituti pubblici svolgono così un ruolo di supplenza rispetto a un minor impegno delle imprese nell’innovazione.

Non è un buon segnale, in quanto il ruolo della ricerca pubblica non deve essere quello di supplire alla carenza delle imprese ma piuttosto di stimolare in esse innovazione e sfruttamento industriale a partire dalla conoscenza di base prodotta in questo ambito e questo schema virtuoso sembra proprio quello espresso dal modello pisano.

Analizziamo ora i modelli di innovazione più efficaci dal punto di vista della ricaduta sullo sviluppo e la competitività industriale delle imprese. Da questo punto di vista esistono notevoli differenze tra il modello europeo e quello statunitense.

L’approccio comunitario è basato sul finanziamento della ricerca su base competitiva che consiste nella predisposizione di programmi quadro, i cosiddetti Framework Program (FP) ed oggi il programma Horizon, con cadenza quinquennale. In questo ambito sono inseriti i bandi per i diversi settori ritenuti di prioritario interesse nel contesto europeo e sono selezionati, sulla base di criteri prefissati, progetti presentati da gruppi di imprese e istituti pubblici di almeno tre paesi della UE, per accedere al finanziamento. Questo approccio si è dimostrato in concreto abbastanza inefficace per diverse ragioni. La necessità di coinvolgere diversi paesi introduce elementi di forte complessità nella gestione dei progetti, in genere caratterizzati da un elevato numero di partecipanti. La UE opera di solito in maniera fortemente burocratizzata sia nella fase di assegnazione dei fondi che di gestione dei progetti, con la conseguenza di dilatare i tempi di raggiungimento dei risultati. L’integrazione di molti soggetti diversi nell’ambito di una iniziativa di ricerca e sviluppo, se da un lato favorisce possibili sinergie, dall’altro può creare difficoltà nella condivisione dei risultati, influenzando negativamente la motivazione dei singoli partner al raggiungimento degli obiettivi. Quest’ultimo aspetto, unito alle complessità burocratiche, ha spinto spesso imprese di diversi paesi europei a sviluppare al di fuori dell’ambito UE le ricerche per loro di maggiore interesse strategico.

Il modello americano è più semplice e di conseguenza più efficace. I grandi obiettivi di sviluppo e innovazione di interesse del paese sono definiti a livello strategico dal governo federale e perseguiti con fondi pubblici come è stato ad esempio il caso del settore spaziale, militare e delle nuove tecnologie energetiche. La ricerca di base è svolta sia in centri nazionali distribuiti territorialmente in tutto il paese, sia soprattutto in università prestigiose, in grado di produrre conoscenza scientifica di livello unico al mondo, di cui il Massachussetts Institute of Technology rappresenta solo l’esempio più noto ed eclatante in termini di eccellenza, ma non per quanto riguarda l’entità dell’impegno economico.

Le prime dieci università americane investono annualmente in ricerca cifre comprese tra uno e due miliardi di dollari con partecipazioni di capitali privati talvolta oltre il 50%.

Il meccanismo con cui si opera in questi ambienti è piuttosto semplice. Una volta che sono state sviluppate le conoscenze di base in un certo settore, il loro sfruttamento industriale è spesso portato avanti attraverso la tecnica dello “spin-off”, cioè la creazione di imprese dedicate, con l’obiettivo di creare un nuovo prodotto innovativo in grado di divenire competitivo sul mercato. In altri casi l’industrializzazione dell’innovazione è effettuata dalle grandi imprese che hanno partecipato anche alla fase di ricerca attraverso il finanziamento del governo federale, ma lo strumento dello spin-off è ormai quello più perseguito. Il suo vantaggio consiste nella semplicità, flessibilità ed efficacia con cui una piccola impresa è in grado di operare rispetto a una grande organizzazione. In alcuni casi le piccole imprese (PMI) nate in questo modo sono successivamente acquisite dalle grandi, ma più spesso sono proprio loro a divenire potenti imprese industriali, in grado di dominare il mercato nel loro settore specifico; Microsoft e Apple rappresentano due dei tanti casi.

Tuttavia, per compiere questo miracolo occorrono almeno due condizioni. La prima è che il sistema del credito, sia bancario che di tipo “venture capital”, sia disponibile a investire in progetti che presentano inevitabilmente una certa componente di rischio. La seconda condizione è che le università siano di altissimo livello qualitativo e in grado di produrre conoscenza nei settori più avanzati, cioè laddove esistono potenziali fattori competitivi.

Negli Stati Uniti sono presenti tutte e due queste condizioni, in Italia nessuna delle due. In Italia gli stimoli all’innovazione nelle grandi imprese sono molto limitati; molto spesso si preferisce sfruttare licenze e brevetti acquisiti all’estero piuttosto che produrli in proprio e la ricerca si limita di solito all’analisi dello stato dell’arte finalizzato alla acquisizione piuttosto che allo sviluppo di conoscenza.

Sulla base della mia precedente esperienza professionale, svolta in gran parte nel campo della ricerca e sviluppo, mi è capitato di aver subìto la chiusura di iniziative da me coordinate, effettivamente orientate alla messa a punto di nuove tecnologie di processo e di prodotto, a favore di altre magari più altisonanti ma certamente meno orientate ed efficaci. In Italia c’è la sensazione che la ricerca sia essenzialmente un orpello per dare un’immagine accattivante dell’impresa, ma non un’occasione di sviluppo e dunque di business. C’è una sorta di subordinazione psicologica verso paesi più avanzati in campo tecnologico, come Stati Uniti, Giappone e Germania, e ci sarebbe da chiedersi se questo sia un fatto puramente casuale oppure una scelta di campo, mai detta apertamente, ma purtroppo seguita nella sostanza con una drammatica continuità.

Da quanto detto, la realtà pisana rappresenta una sorta di eccezione nel panorama nazionale. Pisa rappresenta in piccolo un modello più vicino a quello americano che europeo, una sorta di Silicon Valley con grandi potenzialità di sviluppo e soprattutto di adattamento ai nuovi scenari di innovazione e di competizione tecnologica.

La firma da parte del sindaco Filippeschi a Roma di alcuni giorni fa della convenzione per il finanziamento al progetto “Binario 14” per la riqualificazione delle città è un’opportunità da cogliere anche sotto questo punto di vista. Gli spazi immobiliari resi disponibili in città da dismissioni di attività pubbliche e private, potranno in parte essere utilizzate ad accogliere iniziative imprenditoriali nel settore dell’innovazione. Queste risorse dovranno essere gestite in maniera integrata, affinché le istituzioni di eccellenza (Università, Normale, S.Anna, CNR, INFN, etc.) condividano insieme, di concerto con l’amministrazione, strategie di sviluppo e ricadute sul territorio.

In termini più vasti si dovrebbe pensare a un trasferimento di questo modello pisano in ambito nazionale. Alcune raccomandazioni, basate sul buon senso, si possono dare:

  • Il sistema creditizio deve privilegiare il finanziamento di iniziative innovative, di imprese che operano nei settori strategici, piuttosto che sostenere strutture decotte, impegnate in produzioni convenzionali a basso valore aggiunto, solo per pressioni politiche mosse da contingenti problemi occupazionali.
  • Il mercato del lavoro deve privilegiare il valore delle professioni e selezionare sulla base del merito e dell’idoneità dei soggetti per il tipo di impiego specifico. Gli inserimenti lavorativi devono essere congruenti in termini di qualità e di quantità con i programmi di sviluppo delle imprese. La solidarietà, indispensabile per salvaguardare le condizioni dei lavoratori rispetto alla flessibilità occupazionale, deve essere perseguita con appositi ammortizzatori che prevedano soprattutto la formazione e la riqualificazione del personale finalizzata ad ulteriori impieghi.
  • Si deve snellire il sistema formativo, recuperando la qualità rispetto alla quantità, puntando sul rigore e l’approfondimento, rispetto al nozionismo e alla specializzazione eccessiva. La scuola deve produrre menti flessibili e creative in grado di generare innovazione e cogliere le opportunità in maniera tempestiva ed efficace.
  • Si devono stimolare i giovani verso gli studi scientifici, offrendo loro opportunità di assunzioni qualificate o sostegni finanziari a coloro che vogliono diventare imprenditori e sviluppare nuove idee facendo impresa, attraverso la creazione di start-up.
  • Occorre collocare la figura dell’imprenditore al centro del processo di innovazione, in quanto costituisce l’anello indispensabile tra sviluppo di conoscenza e generazione di valore. Per questo si devono valorizzare le PMI che hanno maggiore propensione all’innovazione di quelle grandi, spesso arroccate sulla conservazione delle condizioni raggiunte e poco disponibili a evolvere il loro business verso nuovi e magari incerti traguardi.

Il contesto politico istituzionale in Italia non ha consentito in passato di muoversi secondo queste linee. Gli ultimi governi hanno invece mostrato una soluzione di continuità. Vanno in questo senso l’introduzione di nuove disposizioni di flessibilizzazione del mercato del lavoro, la riorganizzazione della scuola, l’introduzione dei fondi PIR con l’obiettivo di indirizzare gli investimenti delle famiglie a sostegno della piccola e media impresa, orientando le risorse finanziarie verso iniziative imprenditoriali produttive e infine i provvedimenti adottati per la formazione e l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

Speriamo che non sia una parentesi casuale, ma si tratti finalmente dell’inizio di una nuova politica virtuosa. Noi ce lo auguriamo!

AUTORE

Franco Donatini