CONTRIBUTI

 

Nei servizi pubblici una scelta in nome dell’efficienza

Da tempo si pone l’esigenza di valutare il rapporto pubblico privato nei servizi pubblici locali in un contesto diverso. Non più dominato da prese di posizione ideologiche in cui a priori si deve optare per un modello tutto pubblico oppure tutto privato. La storia di questi ultimi anni ha evidenziato esperienze positive   là dove si è scelto il modello della società di capitali rispetto all’azienda pubblica, aprendo poi progressivamente il capitale alla partecipazione di soggetti privati anche puntando alla quotazione in borsa (come le grandi multiutility del Nord Italia e Acea a Roma). Per quest’ultima, poi, non sembra che il nuovo governo della città ne imponga la ripubblicizzazione integrale, ma pare accettare di buon grado un modello di società mista con il controllo da parte dell’ente locale.

Il modello della società mista pare rappresentare una soluzione soddisfacente ed equilibrata. Da una parte consente  di trovare un partner industriale, selezionato mediante gara ad evidenza pubblica, che possa portare esperienza e know how soprattutto su ambiti territoriali più vasti. Per realizzare servizi efficienti ed economicamente sostenibili dovranno ampliarsi i contesti operativi dove effettuare il servizio. La gestione per ogni singolo comune, oltre che antistorica, rischia di essere costosa ed inefficiente. Sempre più dobbiamo pensare a servizi più grandi del perimetro ordinario delle città; servizi nuovi, avanzati, legati ad un modello di smart city che cambierà il modo di fruire le città del domani. Sempre più occorrono competenze e professionalità capaci di gestire le grandi dimensioni, oltre a forti dimensioni finanziarie  in grado di supportare, insieme al pubblico, ingenti investimenti per la realizzazione di impianti e infrastrutture per la loro gestione e manutenzione.

Eppure in alcuni contesti locali si fatica ancora ad accettare il modello della società mista e si pensa che l’interesse pubblico venga primariamente (ed esclusivamente) soddisfatto con la società in house. Una società tutta pubblica in cui viene a priori esclusa la presenza di un socio industriale pur sempre con una partecipazione di minoranza. Come sappiamo, questo particolare modello è stato creato dalla giurisprudenza comunitaria. Per vincolare solo in determinati casi l’affidamento diretto del servizio dall’ente pubblico alla sua società appositamente costituita e dallo stesso interamente controllata. Poi ha subito ulteriori evoluzioni, ma sempre all’interno di uno spazio ben definito che in Europa deve tener conto anche del principio della concorrenza e della libera circolazione dei servizi. E pure di un principio europeo di partenariato pubblico privato, di collaborazione virtuosa tra potere pubblico e impresa privata, che in Italia fatica a declinarsi.

Sorgono spontanee alcune domande. Perché una società a partecipazione interamente pubblica dovrebbe avere maggiori chances rispetto ad una società mista a controllo pubblico? Perché si dovrebbe escludere   l’apporto del privato in termini di capitale umano e finanziario, con la conseguenza che il costo degli investimenti graverebbe interamente sulla parte pubblica?

E sotto altro profilo: se il modello in house funziona in città grandi dove ampia è la dimensione del servizio, e dove unico è il socio e quindi facilmente azionabile il c.d. controllo analogo, tipico dell’ in house, come è possibile realizzare lo stesso sistema quando vi sono società partecipate da cinquanta e più comuni soci? Com’è pensabile realizzare un controllo analogo diretto tra un comune che partecipa con una percentuale risibile e un altro che ha invece il 20%?

E poi: la gara per il soggetto privato nella mista è una gara che apre al mercato; che cerca i migliori per portare più efficienza e qualità al servizio. Che risponde alla logica europea della concorrenza e delle opportunità. Perché invece escludere a priori tutto questo?

Il tema merita un approfondimento più ampio, e spero di poter ospitare in questa sede interventi e riflessioni anche con risvolti critici sulla grande questione del rapporto tra pubblico e privato; pare infatti che alla crisi di sistema, della politica, dell’economia, di un  paese ancora in affanno e a corto di risorse pubbliche,  l’unica risposta sia quella di ritornare ai vecchi modelli, quasi come se la dimensione dell’intervento pubblico esclusivo fosse la soluzione per tutti i problemi.

 

AUTORE

Marco Filippeschi