CONTRIBUTI
Temi sull’Europa delle città e sul futuro dell’Unione europea
Per le iniziative di CittàEUROPA
(a cura di Marco Filippeschi)
Quello che accade deve spingerci a riprendere il cammino verso una integrazione politica del continente – “verso un’Unione sempre più stretta” – così come prospettato dal Manifesto di Ventotene nel 1941, e poi avviato concretamente con i Trattati di Roma nel 1957, che abbiamo celebrato il 25 marzo scorso – e proseguito, in mezzo a tante incertezze, sino al Trattato di Lisbona nel 2009.
Dobbiamo recuperare l’ideale storico, lo spirito fondativo e il disegno originario dei padri fondatori e ispiratori del processo di integrazione europea – Spinelli, Schuman, De Gasperi, Adenauer – che, già nel corso della seconda guerra mondiale e poi nel primo dopoguerra, avevano concepito e avviato un progetto di integrazione del nostro continente, parlavano di Stati Uniti d’Europa, al fine di prevenire nuovi conflitti e di assicurare un comune benessere a tutti i cittadini europei.
Con l’affermarsi delle città nasce l’Europa
Partire dalle città, dai comuni che sono le istituzioni che le rappresentano, vuol dire partire davvero dal basso, dai cittadini, per ricostruire un ideale e un’idea concreta di cittadinanza europea, con la consapevolezza che nella storia l’identità europea si forma a partire dall’affermarsi della città e della società cittadina.
L’ideale storico dell’Europa come “Europa delle città” è già un avvincente campo di d’interesse, di studi, di riflessioni che possono dare suggestioni molto utili. I maggiori storici si sono cimentati su questo grande tema di ricerca. Lucien Febvre scrive: “L’Europa delle città in mezzo alle campagne è l’Europa vera, l’Europa alla fine costituitasi nel XII secolo, che si copre non solo di un bianco corredo di chiese, ma che si copre anche di un corredo di città, di vere città, di città che non sono solo fortezze, non sono solo magazzini e centri di organizzazione rurale, città vere col loro statuto municipale, con la loro popolazione di borghesi che sono innanzitutto mercanti […]. Ecco i creatori delle città, delle nostre città, di quella città che è il tratto essenziale delle nostre società europee, della città senza la quale non c’è Europa[…][1].” “Commerci e città cambiarono allora, con la faccia dell’Europa, la sua stessa intima struttura, rivelandosi nel corso del tempo fattori rivoluzionari non solo sul piano economico, bensì, parallelamente, e addirittura di più, sul piano culturale e morale”[2]: così Giuseppe Galasso descrive l’avvio della parabola ascendente europea, dal XI al XX secolo. Mentre l’opera di straordinaria bellezza e d’importanza fondamentale di Marino Barengo ha proprio per titolo “L’Europa delle città”[3]. La letteratura è sterminata[4]. La consapevolezza della storia, del suo respiro, aiuta non solo a far valere l’identità europea ma anche a leggere il presente e la prospettiva e a motivare la necessita di agire, di prendere parte, in un mondo globalizzato, a confronto di paesi forti come continenti – Usa, Cina, Russia, e poi India, Brasile… – e di potenze economiche quali i big della rete, dove l’implosione delle distanze e dei mercati, la velocità dei cambiamenti, e i riflessi di fenomeni quali le nuove migrazioni, fanno venir meno la capacità costruttiva di sintetizzare saperi e culture, mentre si è sempre superati da nuove emergenze e dal non-pensiero subalterno.
Le difficoltà del progetto europeo. La pace messa a rischio
Dobbiamo purtroppo constatare che lo spirito fondativo dell’Unione Europea, rivoluzionario e pragmatico al tempo stesso, sembra essersi perso, oggi, quando ne avremmo tanto bisogno. Troppi e incalzanti eventi ci hanno detto, con allarmante chiarezza, con quali difficoltà sia alle prese il progetto europeo. Anche se il risultato delle elezioni presidenziali e parlamentari francesi, il fallimento del tentativo della premier britannica Theresa May di conquistare una maggioranza forte per condurre una “hard Brexit” e alcuni insuccessi di forze radicali di destra antieuropeiste, e il consolidarsi della leadeship della cancelliera federale tedesca Angela Merkel, hanno aperto uno spazio nuovo, in un tempo comunque limitato e risicato, dove si può ricostruire.
La crisi della Grecia, che è stata fatta degenerare e poteva essere contenuta e resa molto meno costosa con un intervento tempestivo. Il referendum olandese dell’aprile dell’anno scorso. L’accordo concluso con la Turchia per la gestione dei rifugiati: un’intesa nata dall’impossibilità di trovare una consapevole e equa condivisione delle responsabilità tra gli Stati dell’Unione europea. Mentre vi sono paesi, che non possiamo considerare di dignità minore di quelli europei, con milioni di rifugiati come, per esempio, la Giordania, il Libano, il Kenia.
Poi il successo del referendum per l’uscita del Regno Unito dall’Unione, la Brexit: un colpo durissimo, che non sarà facile riassorbire. Il condensarsi in una scelta degli esiti di ritardi, di sottovalutazioni, di uno scadimento delle ragioni di tenuta dell’Unione di fronte a tanti cittadini che hanno creduto e credono che l’Europa non sia più madre ma matrigna. Che credono alla narrazione semplificata dei diversi populismi e hanno assorbito una campagna insidiosa che ha invertito gli orientamenti d’opinione.
Per fronteggiale l’afflusso dei profughi, dovuto a guerre, terrorismo, carestie e disastri ambientali, alla capacità data dalla rete di confronto fra mondi distanti diventati vicinissimi, sono state prospettate delle deroghe ad alcuni pilastri del processo di integrazione come la libera circolazione delle persone. In alcuni Stati membri sono messi a dura prova – se non violati apertamente – principi e diritti europei e universali fondamentali.
E come non vedere che il progetto europeo è a rischio se in alcuni paesi vengono violati il principio dello stato di diritto ed i diritti fondamentali, quando si afferma un idea molto debole di democrazia – è stato coniato a proposito il termine di “democratura”, che può valere a definire lo slittamento in corso in paesi dell’Est europeo a democrazia giovane; mentre in Turchia, alle soglie dell’Unione, sono in corso regressioni molto molto preoccupanti –; diritti che rappresentano l’identità stessa del nostro continente, rinata dalle ceneri di due guerre mondiali, dei fascismi che ne furono responsabili, e poi rilanciata dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine delle dittature comuniste.
Oggi dunque appare in discussione il futuro stesso della costruzione europea. Si pongono in dubbio apertamente la sopravvivenza di Schengen e della moneta unica.
Questo momento di crisi del progetto europeo deriva principalmente dal fatto che l’attuale assetto dell’Unione si sta dimostrando inadeguato rispetto a tutte le grandi sfide globali e alle aspettative dei cittadini. Inadeguato rispetto alla crescita e al lavoro, rischiando così di avere una generazione persa di giovani europei. Inadeguato rispetto alla gestione dei flussi migratori e inadeguato rispetto alla lotta al terrorismo internazionale. Tutti temi che richiedono più Europa, nuove politiche e nuovi strumenti di governo dell’Unione.
E’ triste mettere a confronto quanto detto dal presidente Obama alla fine del suo mandato con il disprezzo manifestato dal presidente Trump. Obama ci aveva detto: “non sottovalutate l’importanza dell’Unione: guardando da lontano se ne coglie tutto il valore”. Trump invece strizza l’occhio ai sovranisti e disprezza l’Unione Europea, con parole inqualificabili. Dice che l’effetto della Brexit sarà “una grande cosa” e che gli Stati Uniti da lui guidati concluderanno “rapidamente” un accordo commerciale con il Regno Unito che assicurerà condizioni vantaggiose a entrambi i Paesi. Prevede e evidentemente auspica che “altri Paesi lasceranno l’Unione europea”, seguendo l’esempio della Gran Bretagna. Attacca Angela Merkel rea di aver commesso un “errore catastrofico” aprendo le porte del suo paese ai migranti, con un’allusione alle responsabilità per gli attacchi terroristici. Trump accusa la Germania di dominare l’Unione europea. Dice, letteralmente: “Guardate l’Unione europea e vi ritrovate la Germania, è un grosso strumento nelle mani della Germania. E’ la ragione per la quale credo che il Regno Unito abbia fatto bene a uscirne”.
Trump promuove i nazionalismi. Nazionalismo è una parola che torna e che fa paura. Come tornano altre parole che echeggiavano prima delle guerre mondiali, che ebbero origine in Europa, e della Shoah. Razzismo. Militarismo. Protezionismo. Uomo forte. Guerra di religione. Antisemitismo. Omofobia.
Dobbiamo stare molto attenti, perché la storia più tragica non si ripeta. E’ la pace ad essere messa a rischio. La globalizzazione ha ristretto la cittadella del benessere e delle sicurezze, del consumismo, dei pensieri leggeri e delle vite con orizzonti brevi, quotidiani, della natalità decrescente, dell’individualismo di massa e delle paure, della modernità liquida, secondo Zygmunt Bauman[5]. Fuori, incombente, vicinissimo per i nuovi sistemi pervasivi ed istantanei di comunicazione, con Internet, un’umanità in esubero, fatto di “vite di scarto”, che invadono i paesi meno segnati da fame e da guerre, i nostri paesi. Che così si sentono minacciati. Papa Francesco non ha usato parole sfumate per descrivere il piano inclinato su cui poggia il futuro del mondo e non ha esitato di parlare di “una guerra mondiale fatta a pezzi” che è già in atto[6].
Riformare l’assetto dell’Unione europea
L’Unione è, in questo scenario, un’istituzione invecchiata e inadeguata, che ha garantito settanta anni di pace e di prosperità, che ci ha portato molti benefici, anche economici, che oggi diamo per scontati o sottovalutiamo, ma che ha bisogno di una profonda riforma. La cauta ma importante “Dichiarazione di Roma”, sottoscritta a settant’anni dalla firma dei Trattati di Roma[7], apre strade che sono tutte da percorrere.
I limiti sono evidenti. L’attuale assetto dell’Unione non consente di sviluppare un’unica politica efficace di lotta al terrorismo internazionale. E rischia di non aiutare l’attuazione dello storico “Accordo sui cambiamenti climatici” firmato a Parigi nel dicembre scorso: l’Unione ha svolto un ruolo chiave nei negoziati che hanno portato al successo della COP21. Perché ora spetta ai singoli Stati membri ratificarlo e prima ancora difenderlo dagli intenti di Donald Trump. Un processo che potrebbe essere molto, troppo lungo, aprendo un grande varco a chi vuole annullare una conquista fondamentale.
Questa macchina, questo motore, vanno dunque sostituiti con un modello nuovo, sostenibile, attraente, in grado di portarci lontano e suscitare la passione dei giovani. Non solo di quelli che fanno l’Erasmus – il 2017 è il trentennale dell’avvio del Programma – o migrano per merito, ma anche di quelli che non hanno futuro e lo chiedono, che sono precari e non hanno le speranze dei padri, che forse invocano con il distacco dalla politica o con l’adesione ai populismi una società più giusta.
Per costruire questo modello nuovo ognuno di noi – cittadini, città, parlamenti nazionali, governi e Istituzioni dell’Unione – è chiamato, oggi, a fare la propria parte. E farlo subito, prima che sia troppo tardi. Non possiamo permetterci di stare fermi. E’ anche questa la sostanza dell’appello dei presidenti di quindici parlamenti europei promosso dalla presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini “Più integrazione europea: la strada da percorrere” e poi sviluppato con una consultazione pubblica di cittadini italiani e un documento scritto da un “Comitato di saggi”[8]. E’ un lavoro istituzionale di riferimento, al quale possiamo rifarci.
Un’Europa che affronti le sfide globali e che perciò dia chiari giudizi e obiettivi, vincendo una competizione ormai apertissima su valori e principii. Obiettivi sfidanti, sui quali sostenere una prova culturale, sociale e politica, sui quali ricostruire credibilità e fiducia:
1) abbiamo bisogno di più Europa e non di meno Europa; dobbiamo avere il coraggio di condividere sovranità in ampi settori in cui l’azione dei singoli Stati è ormai del tutto inadeguata a fronteggiare le sfide globali; dobbiamo avere come obiettivo la creazione di una Federazione di Stati, nella prospettiva degli Stati Uniti d’Europa;
2) dobbiamo puntare prioritariamente al rilancio della crescita e dell’occupazione; non possiamo più ignorare la dimensione e l’impatto sociale delle misure economiche e finanziarie;
3) serve l’impegno per riformare gli apparati pubblici degli stati, le burocrazie, anche quella dell’Unione europea, quale condizione necessaria per garantire nel tempo i margini per la promozione della crescita;
4) non possiamo affrontare il problema delle nuove migrazioni, che ha effetti profondi nell’opinione dei cittadini, in modo scoordinato e discontinuo, non solidale e povero d’attenzione e per impiego di risorse; per battere le visioni caricaturali della propaganda e le paure, serve rappresentare la verità sulla situazione, paese per paese, città per città; serve un impegno integrale, di chiarezza nella promozione dei diritti democratici e civili – della parità fra uomini e donne, innanzi tutto – di dialogo nelle comunità e fra le religioni, di politiche educative e di comunanza fra le famiglie – superando gli isolamenti –, di servizi sociali e per favorire l’avvicinamento alle concezioni dei diritti e alle pratiche di convivenza conquistate e da salvaguardare;
5) dobbiamo affrontare in modo coraggioso il problema della differenza linguistica, salvaguardando e valorizzando le identità culturali e linguistiche, ma facendo una scelta, di grande volontà, che può apparire contraddittoria di fronte alla Brexit, che avvicini, un investimento di portata eccezionale sulla lingua che più unisce, l’inglese, che avvicini, che aiuti a dare “unità nella diversità”, perché ciò valga, domani, per tutti, non solo per le élites;
6) dobbiamo mettere le città, che sono all’origine dell’idea di Europa, al centro del progetto, con le potenzialità e i problemi nuovi dati dai processi di urbanizzazione, nella ricerca di un rapporto nuovo fra politica e scienza e innovazioni tecnologiche.
Dobbiamo puntare ad una federazione europea dotata di ampie competenze esclusive, a partire da tutti i settori in cui l’azione dei singoli Stati risulta inadeguata giacché nessun Paese europeo, può affrontare da solo le grandi sfide globali che abbiamo di fronte a noi.
Non possono esistere tuttavia politiche federali senza i mezzi per attuarle. Chi critica giustamente l’inadeguatezza della risposta europea alla crisi, paragonandola a quella di altri partner globali, dovrebbe ricordare che attualmente l’Ue ha un bilancio pari a meno dell’1% del PIL mentre ad esempio il bilancio federale americano è pari al 25% del PIL complessivo degli USA.
Abbiamo dunque bisogno di un bilancio federale finanziato mediante tributi propri dell’Unione europea.
Un’Unione più democratica e che viva “a due responsabilità”
Un assetto nuovo dev’essere democraticamente legittimato. Con due interventi: il superamento del metodo intergovernativo, limitando il ruolo del Consiglio europeo; e il rafforzamento del Parlamento europeo, che deve esercitare in via primaria la funzione legislativa e votare la fiducia ad un Governo europeo.
L’obiettivo verso cui dobbiamo puntare, se vogliamo un’Unione federale e realmente democratica, è quello di un Parlamento europeo eletto sulla base di liste transnazionali, presentate da ciascun partito europeo in tutto il territorio dell’Unione. Solo in questo modo supereremo una situazione per la quale anche in seno al Parlamento europeo il criterio della nazionalità tende a prevalere su quello dell’orientamento politico. E solo in questo modo avremo veri partiti politici europei in grado di animare il dibattito politico intorno a priorità europee e non a questioni di mera rilevanza interna.
Della Federazione europea dovrebbero far parte tutti i 27 Stati membri, ma superando con coraggio le incertezze e le differenze di disponibilità che corrode la credibilità dell’Unione. La scelta dell’allargamento senza l’istituzione di una governance realistica e corrispondente alla volontà e alla disponibilità degli stati ha imposto e fatto pagare un alto prezzo.
Bisogna dunque ragionare su “un’Europa a due responsabilità” o a circonferenze concentriche, in cui si proceda ad una integrazione più stretta tra un gruppo di Stati, lasciando agli altri la possibilità di aderire in un secondo momento. Quello che hanno sostenuto la cancelliera Merkel e il presidente della Bce Mario Draghi nel discorso che ha fatto a Lubiana[9]. Quello che sostengono personalità come Romano Prodi, artefice dell’allargamento, Giorgio Napolitano e Enrico Letta. L’elezione di Emanuel Macron, che ha sostenuto con coraggio una battaglia e un progetto europeista, dà speranza in questa direzione e l’Italia, pur con i suoi ritardi e i suoi deficit, deve ricandidarsi a giocare un ruolo primario, rinunciando alle furbizie interessate. I riformisti possono recuperare credito offrendo una prospettiva chiara e realistica, di stabilità politica, ricercando alleanze che abbiamo quale discriminante il progetto europeo.
In questa prospettiva, l’area euro – che ha già una politica monetaria federale, gestita dalla Bce e dal Sistema europeo delle banche centrali – potrebbe costituire l’avanguardia per una integrazione politica, inizialmente concentrata ai settori economico e sociale e poi estesa via via alle altre materie che ho indicato in precedenza.
Non si possono avere istituzioni federali autorevoli e legittimate democraticamente senza un “demos” europeo, un popolo che si senta partecipe di un destino comune. Occorre allora definire una vera cittadinanza europea sia in senso giuridico, quale fonte di diritti e doveri, sia in senso politico, quale comunità fondata sulla condivisione di valori e principi.
In questa ottica bisogna riconoscere che l’istituto della cittadinanza europea previsto dai Trattati vigenti è chiaramente inadeguato perché è un mero accessorio della cittadinanza nazionale.
Per arrivare ad una nuova cittadinanza europea, occorre puntare anzitutto all’allargamento del campo dei diritti sociali. Pensiamo ad esempio ad un reddito minimo di dignità, che il bilancio europeo o dell’eurozona erogherebbe a tutti i cittadini in condizione di indigenza. Con una misura di questo tipo tutti potrebbero apprezzare concretamente il valore aggiunto della cittadinanza comune e cambierebbe radicalmente la percezione di una Europa lontana e insensibile alle condizioni di vita delle persone. Si riaffermerebbe il principio che l’Europa, patria dei diritti umani, non abbandona nessuno al proprio destino. Dobbiamo far giungere ai cittadini dei reali benefici. Recuperare la loro fiducia.
Le città nel progetto europeo
La storia segna anche il presente. L’Europa è tra i continenti più urbanizzati al mondo.
Più di due terzi della popolazione europea vive oggi nelle aree urbane e questa percentuale continua a crescere. Sarà lo sviluppo delle nostre città a determinare il futuro sviluppo economico, sociale e territoriale dell’Unione europea.
Le città svolgono un ruolo fondamentale come motore dell’economia, luoghi di connettività, creatività e innovazione e centri servizi per le zone circostanti. Grazie alla loro densità, le città hanno un potenziale enorme di risparmio energetico e di spinta verso un’economia a zero emissioni di carbonio. Esse presentano, tuttavia, anche problemi come disoccupazione, discriminazione e povertà. Pertanto, le città sono essenziali per il successo della strategia Europa 2020. I loro confini amministrativi spesso non corrispondono più alla realtà fisica, sociale, economica, culturale o ambientale dello sviluppo urbano e risultano necessari nuovi modelli di governance più flessibili. L’Unione Europea ha prodotto documenti di visione complessiva e d’indicazione politica importanti, con il contributo dei sindaci, ultimo il “Patto di Amsterdam per l’Agenda Urbana” del 30 maggio 2016[10]. Prima, nel 2007, la “Carta di Lipsia” e la “Dichiarazione di Toledo” del 2010.
Per quanto riguarda obiettivi e valori, la città europea del futuro è generalmente considerata come:
- un luogo dallo sviluppo sociale avanzato, con un grado elevato di coesione sociale, alloggi socialmente equilibrati, nonché servizi sanitari ed educativi rivolti a tutti;
- una piattaforma per la democrazia, il dialogo culturale e la diversità;
- un luogo verde, di rinascita ecologica e ambientale;
- un posto attrattivo e un motore della crescita economica.
Le città svolgono un ruolo chiave per lo sviluppo territoriale dell’Europa. I principi fondamentali del futuro sviluppo urbano e territoriale dell’Europa sono condivisi. Tale sviluppo dovrebbe:
- basarsi su una crescita economica equilibrata e un’organizzazione territoriale delle attività nonché su una struttura urbana policentrica;
- partire da aree metropolitane forti e altri spazi urbani che possano garantire una buona accessibilità ai servizi d’interesse economico generale;
- essere caratterizzato da una struttura compatta degli insediamenti con proliferazione urbana limitata;
- distinguersi per un livello di tutela e di qualità ambientale elevato sia nei centri urbani sia nelle zone limitrofe.
Il modello europeo di sviluppo urbano sostenibile è in pericolo.
I cambiamenti demografici sono all’origine di una serie di sfide che variano da una città all’altra, quali l’invecchiamento della popolazione, la riduzione del numero di abitanti, intensi fenomeni di suburbanizzazione.
L’Europa non attraversa più una fase di costante crescita economica e molte città, in particolare quelle che non sono le capitali dell’Europa centrale o orientale e le vecchie città industriali dell’Europa occidentale, devono far fronte alla grave minaccia di stagnazione o declino economico.
Allo stato attuale le nostre economie non sono in grado di garantire a tutti un lavoro; ora che i rapporti tra crescita economica, occupazione e progresso sociale si sono allentati, una quota maggiore della popolazione è stata esclusa dal mercato del lavoro o costretta a ripiegare su posti nel settore dei servizi poco qualificati e mal retribuiti.
Le disparità di reddito aumentano e i poveri lo diventano sempre di più. Nelle periferie e in alcuni quartieri la popolazione residente subisce gravi diseguaglianze in termini di alloggi (spesso mediocri), di scarsa qualità dell’istruzione, di disoccupazione e di difficoltà o incapacità ad accedere ad alcuni servizi (sanità, trasporti, TIC).
La polarizzazione sociale e la segregazione sociale sono in aumento, la recente crisi economica ha ulteriormente amplificato gli effetti dei processi di mercato portando al graduale ritiro dello Stato sociale nella maggior parte dei paesi europei. Il fenomeno della segregazione sociale e territoriale è in continuo aumento perfino nelle città più ricche.
I processi di segregazione territoriale, conseguenza della polarizzazione sociale, fanno sì che per i gruppi emarginati, o che dispongono di un basso reddito, sia sempre più difficile trovare un alloggio dignitoso a prezzi accessibili.
In molte città l’aumento del numero di emarginati può contribuire allo sviluppo di “sottoculture” chiuse che presentano atteggiamenti ostili nei confronti del resto della società nel suo complesso.
L’espansione urbana incontrollata e la diffusione di insediamenti a bassa densità costituiscono le principali minacce allo sviluppo territoriale sostenibile, poiché i servizi pubblici sono più costosi e difficili da garantire, le risorse naturali vengono sottoposte a uno sfruttamento eccessivo, le reti di trasporti pubblici sono insufficienti e la dipendenza dai mezzi privati e il traffico all’interno e intorno alle città sono pesanti.
Gli ecosistemi urbani sono sotto pressione, l’incontrollata espansione urbana e l’impermeabilizzazione del terreno minacciano la biodiversità e aumentano il rischio di inondazioni e di carenza idrica.
Trasformare le minacce in opportunità: nuove politiche per le città
Le città europee seguono percorsi di sviluppo diversi e tale diversità va sfruttata. La competitività nell’economia globale deve essere affiancata da economie locali sostenibili radicando nel tessuto economico locale competenze fondamentali e risorse, nonché incentivando la partecipazione sociale e l’innovazione.
Si deve creare un’economia reattiva e inclusiva. L’attuale modello di sviluppo economico, in cui crescita economica non significa necessariamente un maggior numero di posti di lavoro, pone alcuni problemi: primo fra tutti quello di garantire una vita dignitosa ai soggetti esclusi dal mercato del lavoro e di coinvolgerli nella società.
Il potenziale che scaturisce dalle diversità socioeconomiche, culturali, etniche e generazionali va maggiormente sfruttato come fonte d’innovazione. Le città del futuro devono prestare attenzione sia alle esigenze degli anziani sia delle famiglie, configurandosi come luoghi di tolleranza e rispetto.
E’ fondamentale combattere la segregazione territoriale e la povertà energetica con alloggi migliori, in quartieri vivibili, ad alta “socialità”, non soltanto per rendere la città e il territorio più interessanti e godibili, ma anche più competitivi e sostenibili.
Per rendere le città “verdi e sane” non basta ridurre le emissioni di CO2. Per le questioni riguardanti l’ambiente e l’energia occorre adottare un approccio globale, in quanto le diverse componenti dell’ecosistema naturale sono strettamente legate alle componenti del sistema sociale, economico, culturale e politico della città.
Le città medio-piccole prospere e dinamiche – com’è Pisa – possono svolgere un ruolo importante non solo per il benessere degli abitanti, ma anche delle popolazioni circostanti. Servono a evitare lo spopolamento delle zone rurali e l’esodo verso le città nonché a promuovere uno sviluppo equilibrato del territorio, portando ancora avanti il rilancio fatto negli anni precedenti alla crisi.
Una città sostenibile deve disporre di spazi pubblici all’aperto che siano attrattivi e promuovere una mobilità sostenibile, inclusiva e sana. La mobilità, utilizzando mezzi di trasporto diversi dall’automobile, va resa più attrattiva e occorre incentivare i sistemi di trasporto pubblico multimodale e a basse o nulle emissioni.
Per rispondere a queste sfide urbane servono idee e pratiche innovative e anche nuovi modelli di governance.
Le città del futuro devono adottare un modello globale di sviluppo urbano sostenibile. Dunque devono affrontare le sfide con un approccio integrato e globale. Combinare approcci basati sul territorio e sulle persone. Affiancare alle strutture formali di governance, altre strutture più flessibili ed informali che rispecchino il livello al quale le varie sfide da affrontare si presentano. Sviluppare sistemi di governance capaci di creare visioni condivise e conciliare obiettivi contrastanti fra loro e modelli di sviluppo divergenti. Collaborare al fine di garantire uno sviluppo territoriale coerente e un uso efficiente delle risorse.
Dunque è necessario un coordinamento orizzontale e verticale. Le città devono collaborare con gli altri livelli amministrativi e rafforzare la cooperazione e i legami con le altre città al fine di condividere gli investimenti e i servizi richiesti su una più ampia scala territoriale. Sono necessarie nuove modalità di governance basate sulla partecipazione dei cittadini e di tutte le parti interessate, nonché e su un uso innovativo del capitale sociale. Gemellaggi e relazioni di amicizia fra le città devono essere resi utili e posti al servizio di campagne europeiste e di politiche concrete, di relazione e di partenariato. Serve la costituzione di gruppi di città affini, secondo accordi di programma e di collaborazione, che possano essere le capofila, i “campioni” di esperienze innovative nei diversi campi e la Commissione deve promuovere e premiare queste iniziative. Per la partecipazione alle azioni dell’Unione europea si deve proporre che l’arricchimento di competenze interne ed esterne alle strutture dei comuni o delle province sia consentito, al di fuori di ogni limitazione di spesa e organizzativa imposta per legge, entro le compatibilità dei bilanci dei singoli enti; si tratta spesso di precondizioni per formulare progetti e creare la possibilità di fare nuovi investimenti che generano nuove economie.
Nel quadro di un allentamento dei rapporti tra crescita economica e progresso sociale, l’innovazione sociale offre la possibilità di ampliare lo spazio pubblico per l’impegno civico, la creatività, l’innovazione e la coesione. Dunque in questo spazio dall’impegno civico può scaturire nuovo impegno politico. Nuove e diverse culture possono trovare unità, con la condivisione di valori e principii. Così possono rafforzarsi le culture politiche, che hanno bisogno di forza e di strumenti. Dobbiamo fare esperienze nuove, moltiplicarne, e gli amministratori delle città devono essere chiamati a condividerle e a facilitarle.
I populisti propongono soluzioni semplificate e evidentemente illusorie per affrontare problemi complessi. Oggi è facile lucrare consenso sulle paure. La buona politica però deve dimostrare di garantire l’accumulo di un capitale di partecipazione e di passione che oggi è impoverito, immiserito. La personalizzazione politica esasperata, i carrierismi, vizi anche peggiori, allontanano dagli obiettivi e non generano passioni e appartenenze forti. Credo che anche movimenti e comunità d’ispirazione religiosa abbiano un compito di valore decisivo e possano spendere la forza della fede e la fortissima riserva di senso che esprimono, con coerenza, apertura alle differenze e spirito di fraternità, con il dialogo interreligioso, a partire dalla vita delle città, per garantire ai nostri figli un futuro prospero, un futuro di pace e stabilità, battendosi con forza per un’Europa più unita e più forte. Abbiamo poco tempo di fronte a noi. Sono tante sono le spinte disgregatrici che adesso vediamo agire con particolare virulenza. Ma non dobbiamo farci intimidire. Anzi, tocca a noi rilanciare con nuova chiarezza di obiettivi e nuova determinazione. La stessa determinazione che troviamo nella frase che conclude il Manifesto di Ventotene: “La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà”.
[1] Lucien Febvre, , L’Europa. Storia di una civiltà, Feltrinelli, Milano, 2014, pp. 125-126.
[2] Giuseppe Galasso, Storia dell’Europa, Laterza, Bari, 200, p. 196.
[3] Marino Barengo, L’Europa delle città. Il volto della società urbana europea tra Medioevo ed Età moderna, Einaudi, Torino, 1999.
[4] Aggiungo cinque titoli. Naturalmente Lewis Mumford, La città nella storia, Castelvecchi, Roma, 2013. AA.VV., Modelli di città. Strutture e funzioni politiche, a cura di Pietro Rossi, Einaudi, Torino, 1987. Poi Jacques Le Goff, Il Medioevo. Alle origini dell’identità europea. Laterza, Bari, 1996 e Cesare De Seta, La città europea dal XV a l XX secolo. Origini, sviluppo e crisi della civiltà urbana moderna e contemporanea, Rizzoli, Milano, 1996. Per un salto nel presente e in una concezione ottimista, discutibile, dell’urbanizzazione: Edward Glaeser, Il trionfo della città, Bompiani, Milano, 2013.
[5] Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza, Bari, 2000.
[6] Si legga l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium https://vaticaninsider.lastampa.it/fileadmin/user_upload/File_Versione_originale/EVANGELII-GAUDIUM-italiano.pdf
[7] Questo è il testo https://www.governo.it/sites/governo.it/files/documenti/documenti/Approfondimenti/EU60/RomaDichiarazione_it17.pdf
[8] I documenti in www.legautonomie.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=21308:un-europa-piu-forte-aderiamo-al-documento-piu-integrazione-europea-la-strada-da-percorrere
[9] https://www.eticapa.it/eticapa/wp-content/uploads/2017/02/discorso-del-presidente-della-Banca-centrale-europea-a-Lubiana-il-2-febbraio-2017.pdf
[10] L’«Agenda Urbana» dell’Unione Europea individua proprio nelle Città i veri centri del cambiamento, affidando ad esse le sfide principali del prossimo decennio: 1) inclusione dei migranti e dei rifugiati; 2) qualità dell’aria; 3) povertà urbana; 4) housing; 5) economia circolare; 6) adattamento ai cambiamenti climatici; 7) transizione energetica; 8) mobilità urbana; 9) transizione digitale; 10) acquisti pubblici; 11) lavori e competenza nell’economia locale; 12) uso sostenibile del terreno e soluzioni ambientali. Cfr. https://europa.eu/rapid/press-release_IP-16-1924_it.htm
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