CONTRIBUTI

Un cambio di passo per l’Europa?

Si può pensare ad un cambio di passo delle politiche europee, soprattutto in tema di immigrazione? Alcuni segnali, seppur timidi, sembrerebbero dare indicazioni in tal senso. L’avvento di Macron all’Eliseo, che ha costruito sulla fiducia nell’Europa la ragione del suo successo politico, e la ripresa dell’intesa franco tedesca sugli assi strategici fondamentali dell’Unione danno l’idea cha qualcosa si muove. Nella conferenza stampa congiunta, nell’ultimo vertice europeo dello scorso 23 giugno, Merkel e Macron hanno dichiarato che lavoreranno per presentare nei prossimi mesi una roadmap sul futuro dell’Europa dei prossimi dieci anni. Si dovrà comunque attendere l’esito delle elezioni tedesche di settembre per avere un’accelerazione del progetto. Ma intanto su alcuni punti sembrano avere le idee chiare: difesa e lotta al terrorismo, immigrazione, commercio internazionale, sviluppo innovativo, lavoro. Una politica comune di difesa è fondamentale per un’Europa che non intenda svolgere un ruolo di comprimario sullo scenario mondo e che voglia al contempo accreditarsi come interlocutore credibile e autorevole sui teatri di crisi regionale.

E’ stato importante che Macron abbia riconosciuto che si è sbagliato nel non ascoltare l’Italia sin dall’inizio e che si rafforzi l’impegno a mettere più risorse nel fondo per l’Africa. E’ questo il punto centrale per affrontare in modo diverso il tema dell’immigrazione che deve passare attraverso una forte iniziativa europea a favore dei paesi africani maggiormente interessati dal fenomeno. In primis la Libia. E’ stato merito degli ultimi governi italiani porre il problema al centro dell’agenda e avviare iniziative a favore della pacificazione di quest’area. Se si pensa che tutto si possa risolvere con il contrasto ai barconi, le deportazioni coatte o le restrizioni alle ONG del mare, si fa solo propaganda per parlare alla pancia del paese.

Ci vuole davvero un approccio europeo al problema: non briciole, ma fondi importanti per lo sviluppo industriale dei paesi africani, e accordi commerciali per l’accesso al mercato europeo dei loro prodotti, anche attraverso la creazione di “zone franche”. Gli esodi si combattono con politiche mirate e ragionando nell’ottica di una dimensione economica europea, fatta di un mercato di oltre 330 milioni di persone che usano la stessa moneta. Sarebbe importante averne sempre più consapevolezza e costruire anche su questo politiche economiche e industriali. Ma c’è davvero una politica industriale europea? O di economia si deve parlare solo in termini di finanza per chiudere banche e per fare le pulci a chi sfora il 3% del debito sul Pil?

Tutto questo può e deve avere un peso per affermare relazioni internazionali basate su sistemi di interscambio capaci di favorire uno sviluppo equilibrato e sostenibile per i nostri interlocutori a sud del Mediterraneo. L’Europa deve essere un faro non solo per chi intende venire a lavorarci ma anche per chi vuole farci affari, producendo beni nel rispetto di ambiente, lavoro e libertà. E in quest’ottica è possibile realizzare i rientri dei c.d. migranti economici che fuggono dalla povertà e dalla miseria, diversamente dai rifugiati per i quali si deve trovare una soluzione diversa di inclusione e tutela.

Si obietterà che per questi investimenti occorrono risorse ingenti e che in questo momento non sembra prevalere la solidarietà nei confronti dei milioni di persone che premono ai nostri confini.

Va risposto con chiarezza e lucidità che è opportuno investire anche nello sviluppo dell’Africa (e prioritariamente della Libia) e non solo nella militarizzazione delle nostre città e nella fortificazione dei nostri confini. Le spese migliori per la sicurezza e l’integrazione passano anche nel gettare semi di futuro per i popoli dell’”altro Mediterraneo”, oltre che per politiche di integrazione avanzata nei confronti dei richiedenti asilo. Per quest’ultimi occorrerebbe pensare ad una disciplina comune europea che preveda politiche attive di inclusione e integrazione in ragione dell’adesione ai valori fondanti della nostra comunità ed alla effettiva volontà di integrarsi. Certo non è pensabile che ciascuno si muova in ordine sparso, favorendo flussi migratori verso quei paesi che praticano condizioni più vantaggiose. Non sarebbe forse ora di costruire uno statuto europeo dei lavoratori rifugiati? Non sarebbe il caso di partire con progetti pilota in cento città europee, finanziando iniziative di comunità locali?

Per realizzare tutto questo, anche in tempi brevi, perché non fare ricorso ai tanto discussi Eurobond? Perché non aprire una posizione di debito esclusivamente europea per cominciare ad affrontare alla radice i nodi di un problema che non può essere risolto da ogni singolo stato membro? Fino a quando saremo ostaggio della intransigenza monetarista di Schauble e compagni, prima di capire quanto sia importante per la sicurezza europea un investimento sull’economia dei nostri vicini e sull’integrazione dei rifugiati?

Se si approccia il problema in questi termini, perché il cittadino tedesco dovrebbe essere contrario a mettere in comune un po’ di debito con altri europei ? Non per garantire il baby pensionato greco (come gli narra parte della CDU) , ma per assicurare a sé e ai suoi figli un futuro di pace e una convivenza civile nella sua comunità.

C’è da augurarsi che la roadmap per l’Europa, annunciata da Merkel e Macron, preveda soluzioni innovative. Sperando che nel frattempo l’Italia esca dalla palude di questo tempo cupo e senza coraggio e che siano sconfitte le posizioni di chi ci vuole fuori dall’euro e dall’Europa in un isolazionismo rancoroso e suicida.

AUTORE

Massimo Abbagnale

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